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Una Domenica a Pieve di Cento, Emilia Romagna

Quando Francesca mi ha chiesto se volevo far parte del gruppo dei blogger che avrebbe visitato Pieve di Cento, non ce l’ho fatta a dire di no.

Per me Pieve di Cento non è solo il paese popolato da circa 7.000 persone, colpito dal terremoto del 2012 in Emilia Romagna, che è in via di rinascita e di fiducia, ma soprattutto che ha ritrovato la speranza, no, è molto di più.
Sono cresciuta con i miei nonni tosco-romagnoli, i quali sceglievano sempre accuratamente i posti in cui andare a fare una “girata”giornaliera, preferendo quasi sempre l’Emilia Romagna, terra in cui sono nati e cresciuti(almeno la nonna Mina, il nonno era più toscano che romagnolo).

Uno dei posti più visitato dai nonni era proprio… Cento e Pieve di Cento.
Mi ricordo che ci andavano in occasione del carnevale di Cento e tornavano sempre molto divertiti e rasserenati.

Io mi son sempre chiesta perché ci andassero ogni anno. Vuoi che i fratelli della nonna abitino in zona, vuoi che dista un’ora e mezzo da casa, ma sentivo che c’era altro.
E questo altro l’ho scoperto andandoci anche io.

L’altro è la semplicità dell’Emilia Romagna che ti conquista, ti ruba il cuore per poi rendertelo più pieno d’amore che mai.

L’altro è il rispetto per le tradizioni di chi è passato prima di noi.
image (2)Un esempio lampante è la Liuteria che si trova a Pieve di Cento.
Di storica creazione, qui si fa una cosa bellissima: si insegna ai giovani a costruire chitarre, violini, viole, contrabbassi, proprio come facevano gli anziani del paese.
Questa cosa mi ha conquistata, i giovani che la sera si ritrovano per divertirsi ed imparare, bevendo un po’di vino e apprezzando i loro avi è davvero fantastico. Ne avessi la possibilità andrei anche io, visto l’amore folle che ho per la musica e le chitarre in particolare.
Un’altra cosa che mi ha lasciata davvero senza parole facendomi capire perché è così speciale questo angolo di mondo, è la imagesperanza e la volontà di tornare alla vita di tutti i giorni che gli emiliani hanno tirato fuori dopo le tremende scosse di terremoto del maggio 2012.
Pieve di Cento è stata colpita in modo serio, soprattutto la Collegiata  di Santa Maria Maggiore.

Dopo aver lasciato i documenti per poter avere accesso e aver preso il bellissimo caschetto per la sicurezza, dato che è ancora un cantiere, la prima cosa che mi ha colpito di questa chiesa è la luce.
Lì per lì non mi ero accorta da dove venisse quella luce così particolare, quasi riservata.
Mi ci è voluto qualche minuto per collegare.
Mi è bastato alzare gli occhi al cielo per capire.
Quel che è caduto dalla volta principale della Chiesa è ora ai miei piedi.
Non ero mai stata in un posto colpito dal terremoto, avevo sempre guardato le immagini dalla tv, ma visto dal vivo è tutt’altra cosa.

Immagino solo come siano messe le zone più vicine all’epicentro.

Quella chiesa, dicevo, può sembrare incredibilmente buia al primo sguardo.
Fermandomi a riflettere e a comprendere cosa fosse successo realmente, mi sono accorta che la luce che entrava da quella chiesa fosse meravigliosa.
Mi è sembrata una luce accogliente, di speranza, perché le cose andranno meglio e riusciremo ad uscire da ogni problema.
Si sa, la luce in fondo al tunnel c’è sempre, anche nel buio più totale, ed in quella Chiesa ce n’è di luce a riscaldarti, a convincerti che tutto potrà migliorare, cambiare, ricominciare.

Guardandomi intorno ho capito che gli emiliani hanno tanta forza, non lo scopro di certo ora. Però la loro voglia di ripartire e non piangersi addosso si nota anche in questa chiesa, nella voglia di poter restituire ai cittadini il loro luogo di culto ma non solo.
E questa cosa si nota anche visitando il teatro Alice Zeppilli di Pieve di Cento, che rivedrà la luce il 28 dicembre.
Poter lavorare per rendere alla città i suoi elementi è sensazionale secondo me, specie se a farlo ci sono dei ragazzi della mia età o poco più grandi.

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Quando poi la nostra città torna ad avere tutto in ordine, presente e curato anche noi ci sentiamo un po’ meglio, perché la nostra casa è fatta da quella chiesa, da quel ristorante e da quell’albero in mezzo alla piazza.
Non saremmo i soliti senza queste particolarità, saremmo solamente dei cittadini che usano ciò che trovano senza chiedersi cosa c’è dietro, com’è fatto e perché è così.

Un applauso voglio farlo, infine, a tutti quei volontari che hanno aiutato gli emiliani fino ad oggi, a quei ragazzi che si danno da fare per rendere ai loro concittadini ciò che il terremoto ha tentato di portare via, a chi ha aiutato il popolo a mettere in sicurezza tutto ciò che poteva creare danni e serie conseguenze.
L’amare il proprio territorio è anche questo, aiutarsi fra di sè per sistemare ciò che ha bisogno di attenzioni, per prendersi cura di ciò che abbiamo nelle nostre città, un patrimonio che tutto il mondo ci invidia.

L’amore per il territorio a Pieve di Cento si vede anche nei ristoranti.
Ho avuto modo di andare da Braccio, un bolognese doc, il quale con la sua spontaneità ed il suo amore per questi posti, mi ha conquistata fino a farmi pensare che si, devo fare un post su di lui a parte.
Se dovessi dire perché andare a Pieve di cento, lo farei così:

Perché è un posto che ti scalda il cuore.
Perché puoi capire quanto sia importante amare il proprio territorio e darsi da fare per promuoverlo e rispettarlo, soprattutto dopo certe tragedie.
Perché ti senti a casa grazie all’accoglienza degli emiliani romagnoli che, fatemelo dire, sono in assoluto i miei preferiti.

Fare un giro a Pieve di Cento vale la pena perché la tradizione si tocca con un dito, perché si respira aria e storia, perché non occorre avere grandi cattedrali ed enormi musei per essere interessanti, basta sapere amare il proprio posto, la propria città e trasmettere a chi viene a trovarti esattamente questo.

#pieveminismart
Ho capito perché i miei nonni passavano da qua ogni anno.

Ci sono stati dei momenti in cui mi sembrava di averli con me.
La nonna quando ho mangiato, il nonno quando ho visto la liuteria, che sembrava il suo angolo da falegname che aveva in casa.

Tornerò a Pieve di Cento perché la speranza non deve morire mai, ed è questa la lezione più importante che potessi imparare viaggiando.

Altre foto sul blog di Luca (aka il Ciccino).

Per info:

http://www.pieveminismart.it/

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